Matera e l'acqua

L’elemento principe, essenziale per la vita e la sopravvivenza dell’uomo è l’acqua. Sin dai tempi più remoti l’uomo ha frequentato le caverne naturali con presenza d’acqua, i corsi d’acqua e i laghi preistorici che assicuravano l’approvvigionamento idrico necessario alla sopravvivenza. Nelle colline argillose che circondano i Sassi vi sono numerosi pozzi d’acqua sorgiva e potabile rivestiti di conci di pietra locale, con opportune feritorie per l’afflusso e il deflusso dell’acqua.

 Questi pozzi furono scavati sin dall’Età neolitica. Quelli più vicini all’abitato rupestre sono sul Piano, nei conventi e nei palazzi nobiliari, altri in via Lucana, via Cappelluti e via Lanera. Un piccolo laghetto d’acqua dolce doveva essere ai piedi della collina argillosa del Castello, nei pressi nell’attuale piazza San Francesco, dove si rintracciano buche per pali di capanne del periodo Neolitico e fosse circolari per derrate alimentari; sarebbe stato prosciugato durante i lavori per la costruzione della chiesa del Purgatorio. Le acque che scendevano dalla collina di Lanera, del Lapillo, di Lama Camarda e di Caropreso per via della natura argillosa del terreno e per i fenomeni di ruscellamento, crearono a valle due profondi imbuti carsici con profonde incisioni e terrazzi di erosione dove in tempi remoti si svilupparono rispettivamente il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso. Queste acque, nel 1351, risultano già canalizzate in un acquedotto ipogeo che alimentava la fontana pubblica sormontata da una croce e, poiché l'estate il gettito dell'acqua diminuiva per la siccità estiva, si decise di scavare, nel 1565, un deposito ipogeo chiamato Palombaro tondo per conservare l'acqua in eccesso durante l'inverno. Nel 1577, per volontà di Monsignor Saraceno, si provvide a sostituire la fontana con una nuova più bella con una croce in cima e, in seguito, si realizzarono altri due palombari nelle vicinanze. L’acquedotto e la fontana richiedevano una manutenzione periodica. Il termine Palombaro deriva dal latino “plumbarius” che vuol dire colui che lavora il piombo. Infatti il palombaro rivestiva di piombo le tubazioni dell’acquedotto, le riparava quando si rompevano, intonacava i palombari e curava la loro manutenzione. I palombari, rivestiti con un intonaco di coccio pesto, un impasto di argilla locale rossa, simile al bolo armeno, mischiato con calcina e pezzi di tegole rotte, potevano essere di grandi dimensioni e anche molto profondi, e potevano contenere sia acqua sorgiva che acqua piovana. Con il coccio pesto si rivestivano anche le fovee della città, i granai rupestri scavati nella zona detta dei foggiali, in via San Biagio, e il grano si conservava anche per quindici anni. Per il cronista materano Gianfranco de Blasiis nel 1635 la parola palombaro potrebbe derivare dal palombaro di Pozzuoli, uno dei principali Bagni che esistevano ai suoi tempi. Nel 1825, poiché l’acquedotto era in cattivo stato di conservazione, se ne crearono altri due che andarono ad alimentare la nuova fontana inaugurata nell’anno 1832, e per raccogliere le acque in eccesso nel 1893 si ingrandì un palombaro che da allora si disse “lungo”. Altri palombari furono scavati nel 1844 da mons. Di Macco in piazza Duomo, detto Palombaro della Terra, nei pressi della Chiesa del Carmine e nello spiazzo del Purgatorio Vecchio del Sasso Caveoso. Quest’ultimo raccoglieva le acque delle sorgenti della collina di Lanera con un acquedotto lungo alcuni chilometri. Se per l’acqua potabile si ricorreva ai pozzi di acqua sorgiva, agli acquedotti e alla fontana pubblica, per gli altri bisogni si faceva uso dell’acqua dei palombari e delle cisterne scavate in ognuna delle grotte dei Sassi e nei cortili esterni delle abitazioni, dalle quali si attingeva un’acqua non potabile, di uso domestico, per le case e per l’intero vicinato, che prima di essere bevuta veniva bollita per dieci minuti. L’acqua piovana delle cisterne veniva convogliata dal tetto delle abitazioni attraverso grondaie di terracotta addossate alle facciate di case, cantine, trappeti, caciolai e stalle per animali. E quando d’estate anche questa si esauriva s’era costretti a scendere nel fondo della Gravina per riempire barili di acqua dallo Iurio, un gorgo d’acqua perenne, così come si faceva all’origine della vita dell’uomo. Con l’arrivo dell’Acquedotto Pugliese nel 1926 furono dislocate nei Sassi e sul Piano a distanze regolari numerose fontane in ghisa. Le donne facevano la fila con le loro brocche tutti i giorni per portare a casa l’acqua buona per bere e per cucinare. Anche l’agro materano è disseminato di fontane, pozzi, cisterne, acquedotti e palombari. Alcune grandi cisterne della Murgia sono dette palombari, altre cisterne sono invece a condensazione e hanno una copertura a forma di tetto con due spioventi, altre sono come quelle dei Sassi, scavate nella nuda roccia con la forma a campana oppure ai piedi di una parete rocciosa cosicché l’acqua possa scendere durante i periodi di pioggia. Le fontane dell’agro sono nei pressi delle masserie, nei punti in cui s’intercettano le falde acquifere, e a volta sono alimentate da acquedotti.